Gesù disse, Il regno del Padre è come un uomo che ha dei semi. Il suo nemico di notte gli ha piantato erbacce fra i semi. L'uomo non ha voluto che i braccianti gli strappassero le erbacce, ma ha detto loro, 'No, altrimenti per strappare le erbacce potreste finire per strappare anche il grano.' Poiché il giorno del raccolto le erbacce saranno molte, e saranno strappate e bruciate.
mercoledì 24 giugno 2009
87ma puntata. Erbacce tra semi di ripresa
venerdì 12 giugno 2009
86ma puntata. Democrazia partecipativa (2)
mercoledì 3 giugno 2009
85ma puntata. Democrazia partecipativa (1)
mercoledì 27 maggio 2009
84ma puntata. Finanza islamica
mercoledì 20 maggio 2009
83ma puntata. Diseguaglianze
giovedì 14 maggio 2009
82ma puntata. Crisi sincronica, ripresa diacronica?
[Marco Marcatili, da Agi Energia del 12 maggio 2009]
“Non saremo più come prima” è diventato ormai un adagio stancante e i dibattiti che ancora elucubrano sulle cause della crisi, dopo quasi due anni di tormenti finanziari ed economici, rischiano di avvalorare l’idea di George Bernard Show secondo cui “se tutti gli economisti fossero stesi un accanto all’altro, non raggiungerebbero una conclusione”. Negli Stati Uniti è stata proclamata la morte del liberismo e il fallimento delle policy del Washington Consensus; in Europa si discute sulla miopia di una politica monetaria che a fronte di un -1% di inflazione toglie all’area Euro un potenziale di circa 2% di crescita; in Oriente sembra non essere più sostenibile un’economia sovrana che raccoglie ingenti surplus (fiscali, commerciali e petroliferi) dall’Occidente e li rimanda indietro – attraverso partecipazioni dei fondi sovrani, sottoscrizione debito e aumento delle riserve in valuta estera – spesso sulla base di accordi politici sottobanco; ma cosa ci sarà dopo la crisi?
Nonostante non sia possibile valutare ad oggi se i piani di stimolo, fiscali e monetari, messi in campo dagli Stati Uniti, Europa e Cina, stiano andando nella giusta direzione, è opportuno evidenziare i principali effetti della crisi sulle variabili macroeconomiche e mostrare quei Paesi meno “attrezzati” istituzionalmente (efficacia della regolamentazione, livello di welfare, dimensionamento dei capitali collettivi) a resistere all’invasione di titoli tossici e al conseguente congelamento della liquidità, ma soprattutto agli squilibri creati nell’economia reale.
Sorprende come per la prima volta dagli anni ’70 questa crisi risulti non solo più virulenta in termini di effetti negativi sulla crescita, ma anche quella più sincronizzata tra Paesi in termini di riduzione della spesa privata per consumi e investimenti. Stando agli ultimi dati diffusi dall’Fmi, l’acuirsi della crisi ha provocato dal 2007 ad oggi un rilevante calo degli investimenti nei Paesi del G7 tra il 6% (Germania) e il 22% (Stati Uniti e Regno Unito). Solo la Francia e il Giappone vedranno salire nel prossimo anno la quota degli investimenti lordi sul Pil – dal 19,9% del 2009 al 20,3% del 2010 in Francia e dal 21,9% al 22% in Giappone – che consentirà loro di invertire la fase recessiva con un tasso di crescita reale atteso per il 2010 rispettivamente dello 0,28% e 0,35%. Il vuoto lasciato dal calo della domanda dei Paesi industrializzati ha colpito anche i Paesi emergenti non aiutati da un dinamismo della domanda domestica, ma nello stesso tempo non drogati da un’eccessiva accumulazione di debito pubblico e privato. È la Cina a registrare il maggior rallentamento della crescita (dal +13% nel 2007 al +6,5% stimato per il 2009), che però può contare su un più ampio margine di manovra deficit spending, mentre Brasile e India, meno esposti al crack finanziario mondiale, hanno mostrato una buona tenuta con una frenata di Pil di circa cinque punti percentuali.
Inoltre, a preoccupare tutto l’Occidente sono i due fardelli del debito pubblico e della disoccupazione creati sin dai primi sconquassi sul mercato finanziario nell’estate 2007 e in soli due anni. Sia pur in modo differenziato in Europa – con l’eccezione di Svezia, Danimarca e Finlandia – i deficit pubblici sono quasi triplicati (dall’8,6% della Spagna al 12% dell’Irlanda) facendo saltare l’intero impianto di stabilità di Maastrict e portando l’indebitamento pubblico a livelli preoccupanti nel 2010 (dal 70,6% della Francia al 117,5% dell’Italia). Anche la disoccupazione rischia di diventare una variabile incandescente perché in quei Paesi dove non si abilitano le famiglie ad accedere agli strumenti di protezione pubblica e integrazione reddituale lo scoppio delle diseguaglianze interne costituirebbero una zavorra per cogliere la ripresa. Da sottolineare come l’Italia partendo dal più basso tasso di disoccupazione nell’area euro (6,1% nel 2007) supererà nel 2010 un tasso del 10% arrivando ai livelli di Francia e Germania; ben peggiore è lo scenario statunitense post-crisi con un tasso di disoccupazione più che raddoppiato (4,6% del 2007 al 10,1% atteso nel 2010).
Se da un lato i processi di globalizzazione del commercio e della finanza mondiale hanno sincronizzato gli squilibri reali e gli effetti discorsivi di questa crisi, dall’altro la speranza dei Paesi avanzati non deve essere riposta nella ripresa degli eccessi americani quanto piuttosto in una nuova fase di sviluppo dei Paesi emergenti. Anche se le disparità stanno aumentando vertiginosamente in questi Paesi, ogni anno milioni di persone fuoriescono dalla povertà assoluta e possono dare vita ad una rilevante crescita dei consumi. Essendo stati più esclusi dalla finanza mondiale e non avendo accumulato debito, i Bric hanno oggi le carte in regola per ripartire subito e dar vita ad una ripresa diacronica vantaggiosa per tutti, a patto però gli Stati Uniti accettino un deleveraging privato, l’Europa riduca il suo debito pubblico e la Cina aumenti le sue quote di consumo ad oggi ferme a un terzo del reddito nazionale.
mercoledì 6 maggio 2009
81ma puntata. La Commissione Europea gioca al lotto
mercoledì 29 aprile 2009
80ma puntata. A braccia conserte
mercoledì 22 aprile 2009
79ma puntata. Povertà dei poveri e povertà dei ricchi
venerdì 17 aprile 2009
78ma puntata. Chi può darci una "mano"?
Se da un lato è evidente che l’attenzione degli economisti si è sempre più spostata verso i fattori immateriali della crescita e che il capitale fisico non è una condizione sufficiente allo sviluppo, dall’altro risulta complesso definire politiche pubbliche locali condivise con tutti gli attori dello sviluppo, libere da qualsiasi condizionamento di breve termine (competizioni elettorali) e soprattutto efficaci nell’accrescere quei capitali (economico, intellettuale, sociale, culturale, istituzionale) in grado di rischiare davvero lo sviluppo di un territorio inteso come crescita compatibile con gli obiettivi economici, ambientali e sociali.
L’impressione è che nelle Marche molto sia stato fatto, ma è fuor di dubbio che alcune politiche non hanno sortito gli effetti desiderati. Solo per fare alcuni esempi, recentemente Banca d’Italia ha decretato come “inefficaci” le politiche industriali attuate nell’ultimo decennio in Italia e, in particolare, nelle regioni ad alta vocazione manifatturiera come le Marche; sono gli scarsi investimenti di private equity nelle piccole e medie imprese della regione (5 milioni di euro nel 2008 contro i 60 milioni dell’Umbria e i 70 della Toscana) a ricordare che c’è stata poca attenzione alle condizioni socio-economiche territoriali che migliorano il livello di attrazione degli investitori istituzionali; e infine la bassa incisività del Piano Energetico Ambientale Regionale (Pear), nonostante fosse stato uno dei primi approvati in Italia, fa essere questa regione ancora il fanalino di coda del Centro-Nord nelle pratiche di risparmio energetico e nello sfruttamento delle fonti rinnovabili. È lo stesso segretario generale regionale Stefano Mastrovincenzo, nella sua relazione congressuale “Noi vivremo del lavoro”, a fare un lucido quadro sull’attuale stato di salute della regione Marche, «ieri la terra dello sviluppo senza fratture, oggi una regione in sospensione: la crisi sembra non farla precipitare ma nello stesso tempo viviamo la sensazione di andare giù. Restiamo una terra di marca – aggiunge poi il segretario Mastrovincenzo – una terra di confine, ma rischiamo di essere anche una terra di passaggio». Già più di due secoli fa era lo stesso Adam Smith ad insistere che un ordine sociale autenticamente liberale aveva bisogno di due mani per durare nel tempo: invisibile l’una – quella di cui tutti parlano spesso anche a sproposito per una carente capacità interpretativa – e visibile l’altra – quella dello Stato che deve intervenire in chiave sussidiaria, diremmo oggi, tutte le volte in cui l’operare della mano invisibile rischia di condurre verso il monopolio o l’oligarchia degli interessi economici. Non si tratta di discutere sul “che cosa fare” per il rilancio della società marchigiana, piuttosto sul “chi lo fa” e sul “come farlo” si gioca la sfida futura. Fino ad oggi siamo rimasti incantati sulla ricchezza accumulata dalle Marche con gran fatica e per lungo tempo, lo sviluppo di domani può essere attuato solo disegnando un efficace modello di governance multilivello aperto però ai valori della cooperazione fra i diversi livelli amministrativi (Regioni, Comuni, Province, Unione dei Comuni, etc) e a quelli del rischio e della responsabilità collettiva.
giovedì 9 aprile 2009
77ma puntata. Fondi sovrani: sciacalli o redentori?
Primo, che cosa sono i fondi sovrani? Sono fondi di investimento di proprietà statale e utilizzano i loro surplus fiscali o commerciali per investire in strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, etc) denominati in valuta straniera. La caratteristica principale di questi fondi è di investire in un orizzonte temporale di lungo periodo e di andare alla ricerca di rendimenti elevati associati a un grado di rischio tollerante. Di solito originano in Paesi non democratici e il loro grado di trasparenza è inversamente proporzionale al livello di sviluppo istituzionale del Paese stesso. I primi dieci fondi sovrani al mondo hanno investito risorse pari al 2,5 mila miliardi di dollari, nel complesso si può stimare che tutti i fondi sovrani attivi al mondo provenienti per lo più dall’Asia e dal Medio Oriente arrivino a detenere complessivamente oltre il 3,2 mila miliardi di dollari. Tali risorse finanziarie risultano modeste se comparate a quelle del mondo bancario o assicurativo, ma sono concentrate in mano a circa 20 soggetti nel mondo che decidono le sorti delle economie occidentali spesso sulla base di accordi politici sottobanco.
Secondo, dopo avere investito massicciamente negli Stati Uniti e in Europa i fondi sovrani sono davvero in crisi? Nonostante le perdite subite a causa dei massicci ingressi nei colossi finanziari statunitensi – si può stimare ad esempio che dei 900 miliardi di dollari investiti il fondo sovrano di Abu Dabi ne abbia persi già un terzo con Citigroup – il calo del prezzo del petrolio da 147 dollari (luglio 2008) a 50 (aprile 2009) – che alimenta oltre il 60% delle riserve complessive di questi fondi – e il calo delle esportazioni cinesi – da cui origina un terzo delle riserve – il rapporto Preqin 2009 rivela come a livello aggregato gli investimenti dei fondi sovrani siano cresciuti del 60%, dai 2 trilioni di dollari del 2007 ai 3,2 trilioni ad oggi impiegati. Certamente i fondi stessi hanno risentito della forte turbolenza finanziaria internazionale accumulando considerevoli perdite dovute alla forti svalutazioni azionarie e obbligazionarie, tuttavia nel corso dei dodici mesi precedenti il numero di veicoli istituiti a livello statale non sono diminuiti. Facendo parlare i numeri, dunque, non è possibile parlare di crisi vera e propria per i fondi sovrani.
Infine, ma non per ultimo, quale sarà il loro ruolo nell’economia mondiale? Fino ad oggi la strada perseguita dai fondi sovrani è stata duplice: da un lato investire le risorse, spesso create in Paesi non democratici, a vantaggio dei Paesi sviluppati in cambio di protezioni (ad esempio militari soprattutto nel caso degli Stati Uniti); dall’altro confidare nella finanza come unico segmento di investimento capace di far registrare un ritorno in termini di plusvalenza molto elevato a prescindere dal rischio. Tutti i fondi sovrani hanno risentito favorevolmente di un approccio semi-liberista da parte dell’Europa e degli Stati Uniti, solo in Francia e Germania è stato possibile apprezzare rispettivamente nel 2005 e nel 2008 una reazione legislativa per sottoporre ad autorizzazione del governo le acquisizioni da parte di investitori al di fuori dell’Europa che comportino un ingresso rilevante nei settori considerati sensibili a livello nazionale.
Il ruolo dei fondi sovrani sull’economia mondiale sta però cambiando enormemente. Le risorse finanziarie accumulate mediante contributi fiscali o pensionistici (caso Singapore e Norvegia) , petrolio o gas (caso Emirati Arabi e Russi), ed esportazioni (caso Cina) verranno destinate ai Paesi occidentali solo attraverso solidi progetti di investimento industriali a lungo termine. Inoltre, rispetto alle operazioni all’estero verranno maggiormente privilegiati gli investimenti domestici a sostegno delle opere infrastrutturali (nei paesi in via di sviluppo) e del rilancio dei settori produttivi (nei paesi considerati sviluppati). A tal proposito il governo francese ha istituito nell’ottobre 2008 un fondo sovrano strategico da 20 miliardi di euro per sostenere le imprese nazionali colpite dalla crisi mondiale e per proteggerle da eventuali atti di sciacallaggio. Un futuro da redentori?









Gli adempimenti imposti dalla normativa di Basilea 2, finalmente in fase attuativa, rappresentano per gli istituti di credito un formidabile stimolo ad accrescere il livello di conoscenza delle dinamiche che caratterizzano il settore immobiliare. La radicale trasformazione del contesto di riferimento ha imposto alle istituzioni creditizie di rivedere drasticamente l’operatività legata alla gestione delle operazioni garantite da ipoteca immobiliare, abbandonando una prassi corrente basata su giudizi di congruità, sovente senza alcun fondamento professionale e in assenza di qualsiasi forma di monitoraggio nel tempo del valore del sottostante. A supporto degli Istituti di credito impegnati in una transizione non priva di difficoltà, 




